Fedra

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Basta.

Pensieri. Troppi pensieri. Voleva silenzio. Era chiedere troppo?
I pensieri. Erano così neri da essere invisibili, così pesanti che non ne sentiva più il peso, così fitti che parevano intangibili.
Faceva male, la testa scoppiava.
A volte, quando immergeva le mani nei capelli, sentiva ribollire, quei pensieri, sentiva il vorticare estenuante sotto le dita.
Avrebbe voluto strapparsi il cuoio capelluto, per vedere cosa c’era sotto, come diavolo poteva liberarsene.
Ma la vanità, la vanità glielo impediva.
Non avrebbe rovinato così il suo splendido aspetto.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.

Chi ignora è più felice, si diceva sempre.
Sarebbe stato meglio non conoscere, non sapere? Agire secondo uno schema istintivo?
Sì.
Ma, maledizione, non era così. Sapeva, conosceva, comprendeva!
E tutto ciò era triste, sempre più inquietante, sempre più invivibile.
Pensava, e non voleva farlo.
Tentava di smettere, ma era sempre peggio.
Quando sarebbe finita?

Basta.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.

Non smetteva, non smetteva.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

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